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CANNES 2021 Semaine de la Critique

Recensione: Petite nature

di 

- CANNES 2021: Tornato a Forbach dopo Party Girl, Samuel Theis firma un'opera molto accattivante, semplice e sottile sul risveglio di un ragazzo di modesta classe sociale verso nuovi orizzonti

Recensione: Petite nature
Aliocha Reinert (a destra) in Petite nature

“Isole dove non metteremo mai piede. Isole dove non scenderemo mai. Isole coperte di vegetazione. Isole acquattate come giaguari. Isole mute. Isole immobili. Isole indimenticabili e senza nome”. È la poesia di Blaise Cendrars che viene timidamente recitata al suo maestro di scuola da Johnny, il protagonista di dieci anni di Petite nature [+leggi anche:
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di Samuel Theis (il suo secondo lungometraggio dopo la Caméra d’Or ricevuta nel 2014 con il film Party Girl [+leggi anche:
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che aveva co-diretto), presentato in proiezione speciale alla 60ma Semaine de la Critique del 74° Festival di Cannes. Una poesia che simbolizza piuttosto bene la piccola città operaia di Forbach cara al regista dove l’arrivo di un insegnante venuto da fuori apre al giovane eroe degli orizzonti inaspettati.

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“Di pugni, ne prenderai, ma bisogna anche darli: smetti di essere debole!”. Nella vita di tutti i giorni di Johnny (Aliocha Reinert), un ragazzo di strada dall’aspetto d’angelo con i suoi lunghi capelli biondi, non vi è affatto poesia. Non ha mai conosciuto suo padre; sua madre (Mélissa Olexa), che lavora alla cassa di una tabaccheria, dopo aver lasciato il compagno si dedica ad avventure occasionali ubriacandosi, è affettuosa ma non va per il sottile (“che resti a casa vostra perché se lo vedo, lo riempio di botte”), suo fratello maggiore conduce la sua vita da adolescente e Johnny deve spesso occuparsi della sua sorellina poiché vi è anche un neonato nella famiglia. Tuttavia, malgrado il contesto sociale sfavorevole del quartiere popolare, regna un’atmosfera felice: si è come il luogo in cui si vive.

Ma quando si hanno dieci anni, si ha voglia di scoprire, si è curiosi, ci si interroga su se stessi e ci si sveglia, e per Johnny si prospetta un incontro decisivo, quello con Jean Adamski (Antoine Reinartz), un insegnante venuto da Lione in compagnia di sua moglie Nora (Izïa Higelin) che lavora al museo di arte contemporanea vicino Metz. Tutto ha inizio in classe con una semplice domanda ("come vi immaginate tra 20 anni?") che porta Johnny e Jean Adamski ad instaurare progressivamente un rapporto allievo-maestro sempre più personale. Ma l’affetto ha dei limiti che non si percepiscono bene all’età di dieci anni. E uscire dal proprio ambiente sociale di origine non è sempre una scelta facile…

Una storia intima e delicata, dolce-amara, al tempo stesso semplice e profonda, Petite nature esplora in maniera delicata le diverse sfaccettature del risveglio affettivo, intellettuale, ma anche sessuale (un tema poco evidente che il regista non elude, pur tracciando un limite netto tra le percezioni confuse di un preadolescente e le responsabilità di un adulto). Il fascino carismatico del giovane attore principale ha un grande peso nella riuscita di un film molto illuminante sul desiderio di emancipazione, la presa di coscienza della propria identità e gli ostacoli autolimitanti da superare (la vergogna sociale) per poter spiccare il volo. Una situazione limbica sospesa e porosa messa in scena da Samuel Theis sempre dal punto di vista di Johnny per un lungometraggio che evita accuratamente ogni tipo di manicheismo e che pulsa al ritmo dei battiti di un cuore che sta imparando a controllarsi.

Prodotto da Avenue B Productions e coprodotto da France 3 Cinéma, Petite nature è venduto a livello internazionale da Totem Films.

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(Tradotto dal francese da Ilaria Croce)

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