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BERGAMO 2021

Recensione: Rival

di 

- Il secondo lungometraggio del tedesco Marcus Lenz ci offre lo sguardo puro di un bambino ucraino sulle dinamiche che si stabiliscono tra europei e immigrati

Recensione: Rival
Yelizar Nazarenko e Udo Samel in Rival

Lo sguardo dei bambini, che dematerializza il mondo, con il suo potere immaginativo, puro, enigmatico e segreto, che sfugge alla dimensione dell’inquadratura per la troppa avidità di comprendere. Protagonista di Rival, in Concorso al Bergamo Film Meeting 2021, è Roman (Yelizar Nazarenko), 9 anni, che alla morte della nonna lascia il suo  villaggio rurale dell’Ucraina per raggiungere la madre Oksana (Maria Bruni) in una città tedesca dove lavora illegalmente.

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Giovane donna solare e allegra, Oksana vive con Gert (Udo Samel, l’Ernst "Buddha" Gennat della serie Babylon Berlin) tedesco ultrasessantenne, malato di diabete, rimasto vedovo da pochi giorni.  Strappato dalla campagna, ora tenuto nascosto ai vicini, Roman scopre comunque le gioie di una apparente libertà europea, fatta di corse nel parco, sfide al bowling con Oksan e deliziosi crumble di mele. Ma allo stesso tempo rimane sconvolto dal “tradimento” della madre, che scopre in intimità notturna con Gert. Qui il regista può solo accennare alla complessità del rapporto edipico tra un bambino (senza padre) e la propria madre. Ma lo fa con poche decise pennellate, prediligendo dei primi piani del volto straordinariamente espressivo di Yelizar Nazarenko e dei gesti che rivelano rabbia infantile (Roman cerca di avvelenare il “rivale”) e senso di solitudine, nonostante Oksana ricopra di cure amorevoli il suo bambino e Gert cerchi di fare amicizia con lui. Rival è il secondo lungo di Marcus Lenz, dopo Close del 2004. Prima di studiare regia e direzione della fotografia alla Deutsche Film- und Fernsehakademie Berlin e lavorare come direttore della fotografia di documentari per tv e cinema, Lenz ha studiato design della comunicazione alla Folkwang University of the Arts di Essen e alla University of Art and Design di Helsinki. Questa formazione si rivela nella sua attenzione alla composizione dell’immagine e al valore simbolico dei segni che introduce nelle inquadrature. Ma questo non si traduce in formalismo, anzi il suo approccio è assolutamente naturalistico, e la sua esperienza documentaristica prevale (la fotografia è di Frank Amann). Per i personaggi di Roman, Gert e Oksana il regista ha infatti dichiarato di essersi ispirato a persone reali, incontrate personalmente, affascinato dalle dipendenze relazionali, “potenti e al contempo difficili da definire”.

Ma sul terzetto che sta cercando di ridefinire dinamiche e legami irrompe la realtà delle ingiunzioni sociali.  Oksana ha un attacco di appendicite e il tedesco è costretto a mollarla sulla soglia dell’ospedale, per terra, senza documenti, come fanno i criminali dopo una sparatoria in cui qualcuno rimane ferito. Gert è un “brav’uomo” occidentale come tanti, anche lui nell’ingranaggio di quello che potremmo chiamare il “ricatto dell’accoglienza” che spinge milioni di immigrati a stabilire delle relazioni sbilanciate con chi dà loro ospitalità, a migliaia di kilometri dalle loro famiglie. Per sfuggire alle ricerche della polizia, Gert si trasferisce in campagna e si prende cura di Roman, gli fa da padre/guardiano. L’epilogo è crudele ma aperto ad un futuro possibile, un futuro in cui un bambino ha la possibilità di crescere e diventare un cittadino, qualsiasi sia la terra su cui cammina.

Il film è prodotto da Hanfgarn & Ufer Filmprotuktion, in co-produzione con Wildfilms e l’ucraina BelkaStrelka, ed è venduto da Pluto Film Distribution Network.

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