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CANNES 2020

Recensione: The Death of Cinema and My Father Too

di 

- CANNES 2020: Tick-tock, stop the clock! Come nella canzone di Fats Domino, nel suo film d'esordio Dani Rosenberg cerca di fermare il tempo

Recensione: The Death of Cinema and My Father Too
Roni Kuban e Marek Rozenbaum in The Death of Cinema and My Father Too

Quando un regista cita Jorge Luis Borges nelle note di regia, possiamo già avere un'idea di ciò che stiamo per vedere: tutt'altro che una narrazione classica e facile da seguire. The Death of Cinema and My Father Too [+leggi anche:
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, diretto da Dani Rosenberg e riconosciuto con il bollino Cannes 2020, combina malferme immagini d'archivio con scene di finzione, cortometraggi su VHS e un’intera sottotrama su un attacco militare iraniano a Tel Aviv. Tutto questo senza menzionare la presenza della canzone "House of the Rising Sun", con la sua storia su “un uomo di New Orleans a cui piaceva giocare d'azzardo". Ma, nonostante tutto, è un film estremamente intimo su un figlio che non vuole lasciar andare suo padre morente.

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Sembra piuttosto semplice, ma bisogna scavare molto per arrivare al nocciolo della storia, ed è probabile che il bollino di Cannes non basterà ad aumentare l’appeal del film di Rosenberg, un'opera tortuosa e piena di riferimenti personali. Francamente, è un po' estenuante, come ascoltare educatamente qualcuno che parla dell’"amico del fratello di suo zio" durante una riunione di famiglia. Capiamo il trasporto, ma non possiamo smettere di guardare l'orologio. Tuttavia, alcuni aspetti del film rimangono impressi, principalmente perché di tanto in tanto la disperazione di Rosenberg trasuda dai suoi personaggi: un aspirante regista (Roni Kuban) e suo padre malato (Marek Rozenbaum), convinti che Tel Aviv stia per essere bombardata (o almeno è ciò che dice la sceneggiatura della "commedia" scritta dal figlio, a cui il padre ha accettato con riluttanza di partecipare). In questo modo, il figlio usa ogni idea e abilità a sua disposizione per costringere suo padre a resistere ancora un po'.

Diciamo "costringere" perché, finzione o no, questo genitore scontroso non è esattamente disposto a collaborare. Nonostante alcune scene più leggere in cui vediamo i personaggi che mangiano il gelato in un'auto, The Death of Cinema e My Father Too non è un film facile. Le urla di "Non voglio! Trova un lavoro! Lasciami in pace!" sono la reazione più frequente del padre nei giorni di riprese incessanti, sebbene non venga ascoltato. A volte questo lavoro trasmette un certo disagio simile a quello che si prova nel documentario La scomparsa di mia madre [+leggi anche:
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, dove anche la matriarca italiana chiede a suo figlio di andarsene con la cinepresa altrove. Celato dietro tutti gli inserti di finzione, l’approccio di Rosenberg non dà la sensazione di sfruttamento del suo personaggio, ma una cosa è chiara: non è il padre che ha problemi a lasciar andare, bensì il figlio.

Rosenberg ha iniziato a girare il film quando suo padre si è ammalato, e la storia trasmette un evidente desiderio di congelare il tempo o semplicemente rallentarlo. Sebbene sia quasi impossibile distinguere tra realtà e finzione, almeno dopo una sola visione, potremmo essere di fronte a una sorta di sessione di terapia, in cui il protagonista (o il regista) dice addio a suo padre mentre si prepara a diventare padre lui stesso, sforzandosi di far funzionare il suo matrimonio e chiamando sua moglie "Lena Dunham" quando quest’ultima osa suggerirgli una modifica nella sceneggiatura. È un peccato che le scene più emotive siano diluite nel film, come se Rosenberg cercasse di proteggersi da così tanto dolore, nascondendosi all'interno delle strutture labirintiche che è riuscito a costruire.

The Death of Cinema and My Father Too è prodotto da Stav Morag Meron, Carol Polakoff e il regista stesso per Pardes Films, e coprodotto da Edgard Tenembaum per Tu Vas Voir. Le vendite internazionali sono gestite da Films Boutique.

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(Tradotto dall'inglese)

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