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ZINEBI 2021

Margarethe von Trotta • Regista

"Il cinema è un modo di guardare il mondo"

di 

- Abbiamo parlato con la regista tedesca in occasione del suo Mikeldi d'onore, ricevuto nell'ambito del 63° festival di Bilbao

Margarethe von Trotta  • Regista
(© Zinebi)

L’attrice, sceneggiatrice e regista tedesca Margarethe von Trotta riceve il primo dei premi Mikeldi d’onore della 63ª edizione di Zinebi - Festival internazionale del cinema documentario e del cortometraggio di Bilbao per il suo percorso come cineasta. A tal proposito, abbiamo parlato con lei della sua carriera, il suo mestiere, i suoi film, i suoi riferimenti, il suo modo di vedere il cinema e il mondo.

Cineuropa: E’ stata la prima regista donna a vincere il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia per Anni di piombo (1981). Il film parla del significato degli ideali, dei sacrifici e dei conflitti morali che implicano. Come vede ora il film quarant’anni dopo?
Margarethe von Trotta
: Sono passati molti anni, quaranta. Come lo farei oggi? Non so, suppongo diverso, certo, perché allora raccontavo l'esperienza di quel momento e di quell'ambiente. Al funerale della sorella che era una terrorista, incontrai l'altra sorella e diventammo amiche. Mi raccontò la storia e poi, riflettendo, vidi che si poteva fare un film in cui potessi contribuire con la mia visione di donna, di persona di sinistra, e che lì potevo non solo raccontare questa storia, ma anche parte della storia della Germania.

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Nel corso della sua carriera lei è stata attrice, sceneggiatrice, regista. Quali film a cui ha lavorato ricorda con particolare affetto?
Ho fatto molti film, per il cinema e per la televisione. Ce n’è sempre qualcuno che preferisci; Sorelle - l'equilibrio della felicità, Lucida follia, Rosa L. o Hannah Arendt [+leggi anche:
trailer
intervista: Margarethe von Trotta
scheda film
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forse sono i miei. Mi piacciono tutti i miei film, non perché penso siano buoni film, ma perché in tutti c'è parte della mia vita, di un periodo e di momenti specifici di essa, del mio modo di vedere il mondo. Ma hai sempre più affetto per i primi, perché sono quelli in cui c'è più di te. Per me, ci sono film in cui c'è più la mia visione del mondo e della storia che voglio raccontare, e in altri in cui c’è più di me stessa, come se mi fossi incanalata nel film mentre lo realizzavo.

Il suo cinema parla della lotta femminista a partire dai movimenti degli anni Sessanta. Come vede quella lotta nella società di oggi? Pensa che esista un modo femminile di raccontare storie di fantasia?
Ero una femminista, certo, ma perché faceva anche parte della mia vita, il luogo da cui provenivo. Sono cresciuta con mia madre, mio ​​padre non era presente, e fin da piccolissima mi ha insegnato ad essere molto indipendente, a lottare per i miei diritti e per quello che volevo, per la mia autonomia morale. Poi ho capito che non poteva essere così, che ero limitata dal potere degli uomini nella società. Mi sono unita alle rivoluzioni studentesche degli anni Sessanta perché era qualcosa che veniva fuori da me, dalla mia stessa vita.

Quando ho iniziato a fare film non c'erano praticamente registe in cui riflettersi. Quindi ho sentito di avere la responsabilità di parlare delle donne. Innanzitutto perché sapevo meglio cosa significasse essere donna, ma anche per dare voce a chi nella società non ce l'aveva.

Secondo lei, che fine hanno fatto quegli ideali delle rivoluzioni degli anni Sessanta di cui parlano i suoi film?
Non ho mai voluto fare film politici, non sono una regista politica, quando la politica compare nel mio cinema è perché fa parte anche della mia vita. Succede come qualcosa di naturale, non come un programma. Nei miei film ci sono rivendicazioni politiche perché fanno parte della storia che racconto, delle mie esperienze, di ciò che vedo nella società in cui vivo.

Ora, negli ultimi anni, stanno avvenendo grandi cambiamenti. A Cannes, a Venezia, sono state premiate registe donne, una cosa impensabile trent'anni fa, un passo in avanti necessario, perché le donne fanno parte della società. Speriamo che si continui ad avanzare lungo quella linea. Detto questo, allo stesso tempo, in Europa stiamo assistendo a come alcuni Stati stanno riducendo i diritti e le libertà delle donne, come nel caso della Polonia, dove l'aborto è proibito. C'è sempre questo pericolo nella società di fare un passo in avanti e poi uno indietro.

Che cosa l’ha spinta a fare cinema all’inizio? E ora, cosa la spinge a continuare a dedicarvisi?
Da quando vidi Il settimo sigillo di Bergman quando avevo diciotto anni, ho voluto fare film, quel film mi ha fatto venire quel desiderio. Poi ho dovuto aspettare molto tempo prima di potermi dedicare al cinema, ma da allora avevo già quel desiderio e quella voglia. Mio padre era un pittore, e ho provato a dipingere, ma non avevo alcun talento, e forse il cinema era un modo per riflettere quelle immagini che avevo dentro. Nei film metti parte della tua vita, dei tuoi interessi, delle tue preoccupazioni, del tuo sguardo sul mondo. Il cinema è un modo di guardare il mondo.

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(Tradotto dallo spagnolo)

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