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TORONTO 2021 Platform

Laurent Cantet  • Regista di Arthur Rambo

"Non volevo che il film fosse un tribunale, ma ognuno ha le proprie convinzioni"

di 

- Il regista francese esplora l'epoca violenta dei social media attraverso il racconto della caduta vertiginosa di un giovane romanziere alla moda

Laurent Cantet  • Regista di Arthur Rambo

Ottavo lungometraggio del regista francese Laurent Cantet (Palma d’Oro a Cannes nel 2008 con La classe [+leggi anche:
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è stato presentato nel concorso Platform del 46° Festival di Toronto e parteciperà alla competizione del 69° Festival di San Sebastian.

Cineuropa: Arthur Rambo è liberamente ispirato alla storia del commentatore radiofonico Mehdi Meklat, i cui vecchi tweet di odio pubblicati sotto uno pseudonimo sono improvvisamente riemersi all'inizio del 2017. Che cosa l’ha attirata di questo fatto?
Laurent Cantet: All'epoca della vicenda, rimasi molto sorpreso e piuttosto scioccato perché avevo letto i suoi articoli sul Bondy Blog, l'avevo sentito spesso su France Inter e trovavo la sua intelligenza politica molto interessante. Quando sono riusciti fuori i suoi tweet, ho avuto difficoltà a mettere insieme i pezzi, a convincermi che era lo stesso personaggio. Come è stato possibile? C'era una sorta di mistero e ho avuto l’impressione che potesse trasformarsi in un film.

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Perché ha scelto di narrare la storia in 48 ore?
Volevo che il film raccontasse un fatto di cronaca perché i fatti di cronaca rivelano sempre qualcosa di molto forte su un’epoca, e spesso la portano all’estremo, ma non volevo che fosse un film biografico. Volevo mantenere una distanza e una libertà sufficienti dalla storia reale in modo da non sentire di dovermi attenere ad essa. Concentrare l'azione in due giorni, sul culmine e la caduta di Karim D., mi è sembrato un modo per liberarmi da aspetti biografici che mi avrebbero messo in imbarazzo. Concentrando il tempo, abbiamo anche restituito qualcosa dell’epoca e dei social network, questa velocità estrema: si può diventare popolari rapidamente e all'improvviso, in poche ore, diventare infrequentabili... Queste 48 ore rispecchiavano la violenza del fenomeno.

Come ha lavorato per non fare un ritratto difensivo di Karim D., ma senza nemmeno condannarlo troppo?
Questo era il grande dilemma della scrittura [la sceneggiatura è scritta dal regista con Fanny Burdino e Samuel Doux, ndr]: quale distanza mantenere dal personaggio per non trattarlo in modo gentile, cosa che non volevo, ma senza neanche renderlo del tutto inaccettabile? Innanzitutto il film non lo giudica, non dà spiegazioni, il personaggio resta un enigma, un enigma che confonde lui stesso poiché è disorientato quanto noi di fronte a quello che ha fatto e, soprattutto, a ciò che ha scritto. Trovare questa distanza è stato complicato. Il film ha spesso una certa empatia per il personaggio, ma non lo discolpa per nessuna delle sciocchezze che ha scritto.

Il film tocca anche la questione di una Francia immobile, sia geograficamente che socialmente.
Il personaggio è una sorta di disertore nato nella banlieue da una famiglia di origine nordafricana e che alla velocità della luce trova un posto per sé dall'altra parte della barricata. Ma, e questa è una constatazione un po' pessimista, come spesso accade nei miei film, questi giovani sono in una sorta di arresti domiciliari. Il personaggio non conosce ancora i meccanismi interni dell'altro mondo e viene presto rimandato dall'altra parte. Comunque, che sia o meno della banlieue, i suoi tweet sono inaccettabili.

Karim D. si trova di fronte a una serie di specchi; incontri che rivelano una vasta gamma di reazioni.
È costruito un po' come un film processuale. A Karim D. viene chiesto di dare spiegazioni dal suo editore e da tutto il team della casa editrice, poi dai suoi amici parigini, poi ancora dai suoi amici della banlieue, infine da sua madre e dalla sua famiglia. È obbligato a rispondere a queste domande, ma non può farlo perché nemmeno lui conosce le risposte. Nel tempo offre possibili spiegazioni, che il film esamina una alla volta senza pronunciarsi davvero, perché io stesso non lo capisco. Non volevo che il film fosse un tribunale, ma dopo un po' ognuno ha le proprie convinzioni personali, modulate dalla propria posizione nel mondo. Gli amici parigini che hanno fatto più o meno lo stesso percorso del personaggio si sentono indeboliti perché all'improvviso ha danneggiato la loro immagine; gli amici della banlieue temono che la gente pensi che loro sono come lui, quindi lo respingono; sua madre lo rifiuta dicendogli che non è stata lei a insegnargli a parlare in quel modo, ecc.

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(Tradotto dal francese)

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