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VENEZIA 2021 Fuori concorso

Roberto Andò • Regista di Il bambino nascosto

“Per i bambini la violenza è una soluzione esistenziale per dire io ci sono”

di 

- VENEZIA 2021: Con il regista abbiamo discusso del suo ultimo film, che ha chiuso la Mostra di Venezia

Roberto Andò  • Regista di Il bambino nascosto
(© La Biennale di Venezia - Foto ASAC/Jacopo Salvi)

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di Roberto Andò sarà nelle sale italiane il 4 novembre dopo essere stato scelto come film di chiusura della 78. Mostra di Venezia. Silvio Orlando interpreta un professore di pianoforte a Napoli che inaspettatamente, si ritrova in casa Ciro (Giuseppe Pirozzi), un bambino figlio di un camorrista, che vive all’ultimo piano del suo palazzo e si è nascosto per sfuggire ad una vendetta.

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Cineuropa: Il film nasce dal suo libro omonimo. Come ha immaginato questo incontro tra due persone provenienti da ambienti molto diversi?
Roberto Andò: Fin dalla scrittura del libro sono partito dall'immagine di un bambino e di un adulto diversissimi che si incontrano. Nella conformazione unica di questi condomini napoletani, dove coabitano persone diverse, un bambino in fuga imbocca la porta dell'appartamento di un uomo schivo, dalla vita solitaria, e capisce che lì c’è una zona franca dove può nascondersi. Mi piaceva sviluppa l'idea della violenza delle città del Sud nei confronti dei ragazzi, non solo in quegli aspetti eclatanti, di sangue, ma anche in quelli in cui la violenza si insinua, si respira nell’aria, viene interiorizzata nei comportamenti. La storia si pone la domanda su come si interrompa questa catena di violenza, e racconta una doppia fuga: quella del professore che viene sradicato dalla sua casa e quella del bambino, portato in salvo. Il personaggio di Silvio Orlando sente di vivere quasi sotto assedio, è un eroe involontario che offre al ragazzino un'alternativa al crimine.

È l’unico modo per opporsi alla violenza?
Neppure la legge è dalla parte del protagonista. L’unico modo in questo caso è quello di sradicarlo dalla famiglia e crearne una nuova. Le soluzioni ci possono essere ma sono di lungo periodo, la scuola, la legge a volte non possono arrivare a risolvere ogni situazione perché alcune si rivelano molto ambigue. Di conseguenza l’unico modo per i bambini di sopravvivere è quello di arruolarsi nel crimine. La risposta collettiva, d’altronde, non c’è. Penso che sul fronte della violenza in Italia ci sia molto da fare. Il crimine è una soluzione pratica ed esistenziale per dire io ci sono.

Il protagonista per un momento sembra cedere e scendere sullo stesso terreno della violenza dei camorristi.
Il professore vive un grande terremoto che lo porta ad immaginare un’unica soluzione possibile, una soluzione velleitaria che si consuma in se stessa, serve nel filma  dare luce a un modo tutto suo di stare sghembo nella realtà, e fare i conti i conti con questa soluzione. 

Descrive una Napoli ambigua, oscura, enigmatica...
Francesco Rosi mi ha fatto conoscere quella meravigliosa città. Napoli è spesso vittima, come altre realtà, di un cliché. Io ho voluto invece raccontare la sua ritrosia, la sua malinconia, le sue ombre. Volevo che fosse raccontata dall’interno: Gabriele è un ospite di questo quartiere, guarda di sbieco dalla finestra, dalle scale, dall’occhiolino della porta. Il film racconta la bellezza oltraggiata. Per questo è interessante il personaggio interpretato da Lino Musella, l’ex alunno del professore, ambivalente ma devoto al maestro e alla musica.

La trama ricorda Gloria di John Cassavetes. Quel film ha rappresentato uno spunto per lei?
Ho amato molto quel film ma non ha influito direttamente, fa parte di un bagaglio di cultura cinematografica che ci portiamo dentro e non è esplicito. Ma possiamo dire che Gena Rowlands sta a Gloria come Silvio Orlando sta al mio film!

Come avete lavorato con lo sceneggiatore Franco Marcoaldi per adattare la scrittura del film da quella del libro?
È la seconda volta che faccio l’adattamento da un mio romanzo, dopo Il trono vuoto da cui ho tratto Viva la libertà [+leggi anche:
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. È un modo per rendere in carne e ossa i personaggi sulla carta. Franco Marcoaldi mi ha aiutato a distanziarmi dalla materia letteraria e a trovare un punto di vista che fosse più libero rispetto all’esito finale del romanzo. Abbiamo anche operato uno svuotamento, nel libro erano descritte più peripezie, invece volevamo che si svolgesse per la maggior parte nella casa. Com’era successo con Viva la libertà, il cinema ha imposto una diversa misura, legata al rapporto che si instaura tra il maestro e il ragazzo, ai silenzi, alle pause.

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