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LOCARNO 2021 Concorso

Chema García Ibarra • Regista di The Sacred Spirit

"Mi piace fare riprese dove nessuno lo ha fatto prima"

di 

- Il regista di cortometraggi presenta il suo tanto atteso primo lungometraggio, girato con attori non professionisti nella sua città natale, che è impregnato del suo peculiare senso dell'umorismo

Chema García Ibarra • Regista di The Sacred Spirit

Chema García Ibarra non ha smesso di raccogliere elogi e riconoscimenti da quando nel 2008 presentò El ataque de los robots de Nebulosa-5, un cortometraggio proiettato a Sundance e a Cannes che, come nella maggior parte dei suoi lavori, è stato girato nella città in cui è nato 40 anni fa: Elche, e con la famiglia, gli amici e i vicini; cosa che ha continuato a fare fino al suo primo lungometraggio, Espíritu sagrado [+leggi anche:
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intervista: Chema García Ibarra
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, in concorso al Festival di Locarno.

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Cineuropa: Che cosa l’attrae così tanto di luoghi come la sua città natale?
Chema García Ibarra:
Il fatto che non sono né Madrid né Barcellona, ​​​​che vediamo così spesso: balconi, persone, negozi tutti uguali... Sono talmente visti e rivisti nei film che mi suscitano noia e zero eccitazione, ecco perché mi piace girare in luoghi dove non sia passato nessuno prima con una telecamera: hanno una freschezza che adoro. Succede anche con le persone perché lavoro con attori non professionisti.

C’è una certa purezza lì: non sono stati pervertiti dalla presenza della telecamera.
Nei luoghi dove solitamente si gira, la gente ha una predisposizione per il cinema, e lo trova difficile. Ma in posti dove non è mai stato girato nulla, tutti vedono le riprese di un film come qualcosa di divertente e partecipano: questo aiuta. Alcuni amici mi raccontano delle difficoltà per girare in un negozio di Madrid, per me invece non c’è cosa più facile che farlo a Elche, e per il proprietario del locale non c’è cosa più divertente. C'è un'accoglienza diversa, più allegra.

Ha girato così tanto nella sua città che finiranno per dare a una rotonda il nome di Chema García Ibarra...
Sì (ride), quasi tutti i residenti sono usciti finora. La gente viene da me scherzosamente dicendo "Se hai bisogno di me..." e poi li chiamo e dicono che si vergognano. Elche mi ha trattato molto bene.

Anche l’altro film spagnolo a Locarno, Seis días corrientes [+leggi anche:
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intervista: Neus Ballús
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, utilizza attori non professionisti, come fa lei in Espíritu sagrado.
Sì, che coincidenza. Inoltre, Neus Ballús, con La plaga, era alla Berlinale quando c’ero anche io con il cortometraggio Misterio. E poi, ai premi del cinema europeo, nel 2013: ci siamo incontrati tante volte.

Lei mi disse [leggi l'intervista] che con i suoi attori non professionisti faceva prove e utilizzava dei coach. Qual è stato il lavoro con i suoi interpreti?
Mi piace che non si noti che sono attori: che non recitino. Trasferiamo la loro naturalezza al film, ma il contenuto dei loro atti è finzione. Con loro parlo molto di cosa significhi sbagliare: se cambi l'ordine delle frasi, non è un errore; se la tua lingua si blocca, neanche; e nemmeno se qualcosa ti cade di mano e lo raccogli. E cos'è un errore? Guardare la telecamera, rivelare che c'è una ripresa o dire "taglia!". Devono continuare, come nella vita normale, dove balbetti o inciampi e non succede nulla. Cerco quel tipo di naturalezza: voglio che non memorizzino il testo e che lo leggano poche volte. Le prove consistono nel vedere cosa mi dà quella persona: quali espressioni usa, sentire il suo accento e, piuttosto che provare, parlo con loro per vedere cosa mi portano della loro personalità. Non sentono la pressione di dover ricordare un testo, in questo modo si ottiene una sensazione di familiarità che favorisce ciò che voglio: che sentano loro stessi di dire ciò che qualcun altro ha scritto.

E li sceglie per il loro carattere o per la loro fotogenia?
Per un insieme di cose: immagino alcuni personaggi e mi sento attratto da quelle persone che gli somigliano. Valuto molto il modo di parlare, la voce e lo sguardo. Valuto anche se è possibile comunicare, se mi capiscono e se ho voglia di stare con loro. Nacho Fernández, il protagonista, è un ragazzo di Alicante che lavora come guardiano notturno in un parcheggio, mandò un video e mi piacque il suo fisico: basso, con un viso leggermente grassoccio e, soprattutto, i suoi occhi, oltre ad essere qualcuno con cui è facile avere a che fare. Con Nacho è stato un colpo di fulmine.

Sono rimasto sorpreso dalla musica, che mi ricorda i film di John Carpenter.
Ascoltavo, mentre scrivevo la sceneggiatura, delle canzoni di una casa discografica tedesca degli anni '70, Sky Records, che pubblicava gruppi krautrock come Cluster o Moebius. Facendo delle ricerche, mi sono imbattuto in questo tizio che ha pubblicato un solo album, Dieckmann, all’epoca dei Kraftwerk, che fu assassinato in un bar da un ubriacone, prima di pubblicare il suo breve album strumentale. E ho pensato: “E se li combinassi? E se la musica che stavo ascoltando mentre scrivevo potesse essere effettivamente ascoltata nel film stesso?". E mi piace come è venuto fuori!  

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(Tradotto dallo spagnolo)

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