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Francia

Just Philippot • Regista di La Nuée

"Per creare un ponte tra realismo e fantasia, ho deciso di iniziare da una storia vera"

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- Etichettato dalla Semaine de la Critique cannense, premiato a Sitges e Gérardmer, il film approda finalmente nelle sale in Spagna, in vista dell'uscita in Francia e poi del suo lancio su Netflix

Just Philippot • Regista di La Nuée
(© Capricci Production/The Jokers Films/ARTE France Cinéma/Auvergne-Rhône-Alpes Cinéma)

Etichettato dalla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2020, premio speciale della giuria e premio dell’interpretazione femminile a Sitges, premio del pubblico e della critica a Gérardmer, La Nuée [+leggi anche:
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è il primo lungometraggio del cineasta francese Just Philippot.

Cineuropa: Comè è arrivato al progetto di La Nuée, la cui sceneggiatura è firmata da Jérôme Genevray e Frank Victor?
Just Philippot: Uno dei produttori del film, Thierry Lounas (Capricci), ha creato la residenza "Sofilm de genre", con il desiderio di trovare nuovi modi per realizzare film di genere. Ho frequentato la prima residenza per cortometraggi e ho scritto e diretto Acide. Qualche anno dopo sono state create le residenze per lungometraggi, Jérôme Genevray e Franck Victor sono stati selezionati e La Nuée è emerso come uno dei migliori progetti agli occhi di Thierry che ne ha paralto a Manuel Chiche (The Jokers). Entrambi erano molto interessati all’incontro tra sceneggiatori e regista, un metodo ispirato agli americani. Thierry mi ha presentato il progetto, dicendomi che poiché ero un esperto di nuvole – perché Acide parlava di una nuvola di pioggia acida – aveva una nuvola di cavallette da offrirmi. Ho incontrato Jérôme e Frank che hanno modificato la sceneggiatura secondo i miei desideri. Perché non si trattava solo di fare un film di genere, ma anche di fare un discorso credibile in relazione alle problematiche dei personaggi, a una visione del mondo e della società, a tutte queste domande fondamentali che erano già nella sceneggiatura. La Nuée parla anche di politica, non è solo fantasy e cinema di genere.

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A pochi mesi dall'inizio delle riprese, la mia direttrice di produzione mi ha chiesto di quante cavallette avessi bisogno sul set. Perché volevo effetti scenici ed evitare gli effetti digitali. La sceneggiatura indicava diverse centinaia di migliaia. Lei mi dice che è impossibile, che ne ha al massimo 6000. Questo mi ha permesso di rimettere in discussione parti della sceneggiatura e di concentrarmi nuovamente su ciò che volevo vedere: una donna che lavora. Come? Come si ottiene un chilo di farina di insetti? Quanto peso deve portare per fare 50, 100, 200 chili? Perché questa è una donna che quasi annegherà in questo lavoro. Quindi ho spostato l'attenzione da un cinema di genere ben radicato ad argomenti sociali che erano nella sceneggiatura originale, ma che ho espresso.

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e Alien. Come ha lavorato sul ritmo del film?
Per creare un ponte tra realismo e fantasia, ho deciso di iniziare da una storia vera, con una vera contadina: siamo nel concreto. Si parte quasi da un documentario sul mondo agricolo per cercare di arrivare a un cinema spettacolare, con le sue promesse finali esplosive, ma senza dimenticare il percorso del personaggio e la sua discesa agli inferi. Così ho strutturato questa discesa agli inferi con il suono, con questo arredo da serra, con questa plastica che inquina e schiaccia, illudendo lo spettatore con dettagli che improvvisamente si staccano dalla realtà, ma sembrano niente. Quello che mi interessava era avere un clima e soprattutto un suono che facesse gradualmente sentire che qualcosa non andava. Lo scopo del film era andare gradualmente verso il fantastico, per arrivare a un finale in cui lasciavamo le briglie sciolte e poteva accadere di tutto.

E il personaggio di questa madre che si sacrifica e che vive sola con i suoi due figli?
È lei il vero personaggio mostruoso del film, non gli sciami di cavallette. Ma è una donna che fa questo per i suoi figli, con una corda al collo, che non farebbe male a una mosca, ma che creerà Chernobyl senza rendersene conto. Volevo vedere questo spazio vitale rimpicciolirsi e questa donna soffocare i suoi figli, schiacciarli nel tentativo di proteggerli. Volevo parlare anche della famiglia nel contesto del mondo agricolo, con le sue vere tragedie, il disagio di questa donna che si porta dietro problemi troppo grandi per lei. Ma è intelligente ed è anche per questo che la amiamo: perché trova trucchi nel suo lavoro. Questo la rende ancora più pericolosa, perché a forza di essere intelligente non si rende conto che sta creando una "fabbrica" ​​che la supererà. Anche la famiglia è al centro delle emozioni, cosa che può portare lo spettatore a sentirsi combattuto tra questa donna e questi bambini che vedono i segnali premonitori del disastro.

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(Tradotto dal francese)

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