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Irlanda

Chiara Viale • Regista di The New Music

“Forse, il fatto di aver vissuto in parte una situazione familiare simile mi ha permesso di avere un’autenticità narrativa”

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- Abbiamo parlato con la regista ligure del suo lungometraggio di debutto, in uscita il 18 gennaio su Amazon Prime Video, iTunes e Sky Store in Irlanda e Regno Unito

Chiara Viale • Regista di The New Music

Abbiamo colto l’occasione di incontrare Chiara Viale, giovane regista italiana residente in Irlanda, per parlare del suo lungometraggio di debutto, intitolato The New Music [+leggi anche:
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intervista: Chiara Viale
scheda film
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. Vincitore dello Spirit of Indie Cork Award nel 2019, il film approderà lunedì 18 gennaio sulle piattaforme di streaming Amazon Prime Video, iTunes e Sky Store in Irlanda e Regno Unito. The New Music è distribuito nel Regno Unito da 101 Films e le vendite sono affidate a Silver Mountain Distribution. La pellicola, ambientata a Dublino, segue le vicissitudini di un giovane pianista di nome Adrian (Cilléin McEvoy), affetto dal morbo di Parkinson.

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Cineuropa: Come e quando hai deciso di avviare il progetto?
Chiara Viale: The New Music è nato da un cortometraggio di una ventina di pagine, scritto nell’autunno del 2016. L’idea iniziale era quella di scrivere la storia di un musicista che si ritrova a non poter più suonare. Così, ho iniziato a ricercare le sindromi che potevano portare una persona giovane a sperimentare questo disagio. In cima alla lista, ho trovato il Parkinson giovanile. Peraltro, mio padre soffriva di atrofia multisistemica del sistema nervoso autonomo, una malattia rara degenerativa ed è mancato nel 2013. Guardandomi indietro, credo ci fosse voglia da parte mia di affrontare questo genere di situazioni in cui le persone possono ritrovarsi. Inoltre, nel 2017 facevo parte – e faccio parte tuttora – del Dublin Filmmakers Collective, un collettivo di cineasti con il quale avevo realizzato i miei primi cortometraggi. In quell’anno avevano deciso di avviare una “challenge” per la realizzazione di un lungometraggio, invece di lavorare su diversi corti. Ci siamo presentati con il nostro progetto e poi abbiamo iniziato a sviluppare la sceneggiatura partendo dalle venti pagine iniziali. In seguito, sono entrata in contatto con Philip Kidd [il produttore del film], il quale aveva già letto il mio corto. Durante la pre-produzione, abbiamo approcciato Young Parkinson’s Ireland per far leggere la sceneggiatura ed avere un feedback sulla rappresentazione della malattia. Così è nata l’idea di rendere questo film no-profit, avviare un percorso comune e donare il ricavato del film in beneficenza. È un’associazione che qui lavora tantissimo con persone che si scoprono malate da giovani. Ci sono alcuni che avvertono i primi sintomi anche prima dei dieci anni d’età. L’obiettivo era quello di creare un film con una carica energetica positiva, dove la musica ricopre un ruolo importante nell’aiutare a superare i momenti di difficoltà.

In che modo la narrazione è stata influenzata dalla collaborazione con l’associazione?
Non ci sono state modifiche fondamentali. Forse, il fatto di aver vissuto in parte una situazione familiare simile mi ha permesso di avere un’autenticità narrativa. Avevo comunque dei dubbi: non ero sicura che alcune delle cose che avevo scritto fossero giuste. Avevo un gran bisogno di essere rassicurata dalla comunità Parkinson rispetto al livello d’intensità della mia rappresentazione della malattia. Queste persone sono state molto generose nel volermi raccontare la loro esperienza personale.

Quanto è durata la fase di riprese? Quanto la post-produzione?
Abbiamo girato tra giugno e settembre 2017 e la post-produzione è stata abbastanza lunga, anche a causa dei limiti imposti dal budget. Abbiamo fatto poi alcuni inserti nell’estate del 2018, dopo la fine della “No Campaign” [il referendum per l’abolizione dell’aborto votato in Irlanda in quell’anno], altrimenti la città sarebbe apparsa nel film piena di cartelloni elettorali. Abbiamo dato gli ultimi tocchi al lavoro nell’estate del 2019, prima della presentazione a Cork.

Sta scrivendo qualcosa di nuovo?
Sì, sto sviluppando un altro lungometraggio e spero di poter avviare la produzione al più presto. Si tratta di una storia tutta irlandese, ambientata di nuovo a Dublino e molto “urbana”, basata sul senso di appartenenza e sulla famiglia. Penso che questa sceneggiatura sia in parte frutto del lockdown. Non abito in città a Dublino, quindi il fatto di essere bloccata a casa mi ha ispirato la scrittura di una storia ambientata lì. Mi mancava poter andare in giro per le sue strade, nei pressi del fiume... Ho scritto di nuovo soprattutto grazie all’amore che provo per questa città.

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