email print share on Facebook share on Twitter share on reddit pin on Pinterest

BERLINALE 2020 Generation

Zoé Wittock • Regista di Jumbo

"La difficoltà era quella di mantenere l'equilibrio tra il reale e il fantastico"

di 

- La giovane regista belga Zoé Wittock parla del suo primo lungometraggio Jumbo, un incrocio tra fiaba e film per ragazzi, proiettato a Berlino nella sezione Generation

Zoé Wittock • Regista di Jumbo

Abbiamo incontrato la giovane regista belga Zoé Wittock, il cui primo lungometraggio, Jumbo [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Zoé Wittock
scheda film
]
, presentato al Sundance, è proiettato alla Berlinale nella sezione Generation 14plus. Wittock ci parla di questa particolare storia d'amore, ai confini del genere, tra una ragazza timida e solitaria, e una vivace giostra, in un parco divertimenti sperduto in mezzo al bosco. Un crossover sorprendente tra fiaba moderna e teen movie.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Cineuropa: Quali sono le origini del progetto?
Zoé Wittock: Non appena finiti i miei studi in regia, mi sono imbattuta in una notizia sorprendente, la storia di una donna innamorata della Torre Eiffel, che aveva finito per sposare. Mi ha fatto ovviamente sorridere e, allo stesso tempo, mi ha affascinato. Ho contattato la signora in questione, Erika Eiffel, con la quale ho iniziato a parlare. Mi sono sentita un po’ sciocca, perché con tutti i cliché che avevo in testa, mi aspettavo di incontrare qualcuno di diverso, ai margini della società, e invece mi sono trovata di fronte a qualcuno di molto sensato, anche normale, se è davvero possibile definire la normalità. Questo non ha fatto che aumentare la mia fascinazione. È stata lei a dare il tono al film. Mi diceva: "Ma questa è solo una storia d'amore!". Da lì, ho iniziato a scrivere la sceneggiatura, tenendo presente il suo caso. Ho trovato la Torre Eiffel troppo statica per un soggetto di finzione, quindi ho scelto una giostra, una macchina che di per sé crea sensazioni. Che tu sia un oggettofilo o no.

Il film comincia con una scritta "Da una storia vera"; qual è il suo ruolo?
Ho cercato di evitare qualsiasi psicologizzazione, volevo che si entrasse nel film attraverso l'emozione. Precisare che il film è ispirato a una storia vera è anche un modo per aiutare lo spettatore a entrare nell'universo del film senza dubitarne.

Paradossalmente, c'è una tensione tra la pretesa veridicità della storia e l'aspetto fiabesco del racconto?
Assolutamente, dico spesso che questa è una fiaba moderna, una storia di iniziazione, persino una semplice storia d'amore! Volevo che il film attingesse al realismo magico, e talvolta anche al surrealismo, che fosse ancorato alla realtà di queste persone oggettofile e al loro entourage, ma anche che potesse mettere lo spettatore nel punto di vista soggettivo di un oggettofilo moltiplicando le sue sensazioni sullo schermo, da qui il lato fantastico. La difficoltà era quella di mantenere l'equilibrio tra il reale e il fantastico. E farlo, in particolare, flirtando un po' con l'assurdo, per autorizzare lo spettatore a ridere, perché alla fine questo è un tema difficile. Le risate sono anche un modo per permetterti di affrontare i tuoi limiti, ciò che puoi accettare o meno.

Oltre a Jeanne, l'altro protagonista di questa storia d'amore è Jumbo. La domanda era: come farlo esistere sullo schermo?
Ci è voluto molto tempo per "provinare" la macchina, doveva essere imponente, agile, ma di dimensioni ragionevoli rispetto all'attrice. Quando finalmente abbiamo trovato la perla rara, l'abbiamo personalizzata, abbiamo cambiato tutte le sue lampadine, le abbiamo aggiunto un cuore luminoso e l'abbiamo riprogrammata per poterla manipolare come un burattino. Sapevo fin dall'inizio che Jumbo doveva esistere come personaggio e che doveva avere un punto di vista. Non volevo entrare nell'antropomorfismo, darle una voce, mi sembrava una cosa facile da fare. Volevo una sorta di realtà aumentata. Cosa è in grado di fare questa macchina nella realtà e come possiamo portare questi attributi un po’ oltre? Abbiamo cercato di creare un dialogo tra Jeanne e la macchina. Non volevo andare completamente nel fantastico, ma non volevo neanche essere troppo nella realtà e tendere verso il documentario.

Scoprire il proprio corpo e la propria sensualità è anche un modo per riacquistare potere sulla propria vita, un vero romanzo di formazione.
Penso che quando vivi una storia d'amore per la prima volta, diventi indipendente dalla tua famiglia. Amando questa macchina, Jeanne ha uno specchio di se stessa che le permette di accettarsi, di avanzare e di crescere. Troverà una sorta di equilibrio familiare grazie a questa storia d'amore.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

(Tradotto dal francese)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Leggi anche

Privacy Policy