email print share on Facebook share on Twitter share on reddit pin on Pinterest

IDFA 2019 Concorso

Jørgen Leth • Regista di I Walk

"Tutta questa storia era un'estensione del mio processo personale"

di 

- Abbiamo parlato con il regista sperimentale e poeta Jørgen Leth del suo documentario molto personale proiettato dall'IDFA, I Walk

Jørgen Leth  • Regista di I Walk
(© Tomas Gislason)

L’ultima pellicola del poeta e cineasta sperimentale Jørgen Leth, tra quelle che ha girato finora, è la più autobiografica. I Walk [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Jørgen Leth
scheda film
]
, in cui l’autore fa i conti con il trauma subito a causa del devastante terremoto che ha colpito Haiti, è un’analisi autentica e innovativa di come l’ego affronti il declino fisico e l’invecchiamento. Il film è stato presentato in anteprima durante la 32ma edizione del Festival internazionale del documentario di Amsterdam, in concorso nella competizione principale. Abbiamo avuto l’occasione di incontrare il regista e chiedergli cosa significhi per lui dipingere un ritratto tanto personale.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Cineuropa: Il terremoto che ha colpito Haiti nel 2010 rappresenta un chiaro punto di partenza nel suo film; quando ha deciso che quel momento avrebbe giocato un ruolo chiave nella sua storia?
Jørgen Leth: Quello è stato un evento di un certo peso per me. Allora non mi ero reso conto di cosa stesse accadendo. Non sono andato nel panico e non ho urlato. È stato surreale, come se tutto si stesse svolgendo al rallentatore. Dopo un po’ di tempo ho notato di non riuscire a parlare di quanto successo con serenità e non sapevo come affrontare il trauma. Nei mesi successi sono rimasto ad Haiti. Semplicemente mi rifiutavo di tornare in Danimarca, perché non riuscivo a immaginare un modo in cui avrei potuto spiegare quell’esperienza. Vivevo lì a periodi alterni da trent’anni e quindi sentivo il bisogno di non allontanarmi da quel luogo. Il mio lavoro consiste nel raccontare la realtà ed è quello che ho fatto. Prendo sempre degli appunti nel caso in cui possano tornarmi utili in un secondo momento. Questa volta mi sono accorto di poter documentare tutto con il mio telefonino, cosa che mi ha aiutato a diventare una persona diversa e mi ha fornito gli strumenti necessari per metabolizzare quell’orribile trauma. Un giorno mio figlio ha visto alcuni di questi video sul mio cellulare e mi ha detto “ne potresti fare un film”. Fino a quel momento non ci avevo mai pensato. Ero andato avanti a girare materiale e, all’improvviso, il tutto si era trasformato in un progetto. Quella storia non rappresentava nient’altro che la mia crescita personale; mi sono sentito messo davvero a nudo, davvero vulnerabile.

Come ha gestito il lato personale?
Prendendo le distanze ci si sente piuttosto a proprio agio, ma desideravo avvicinarmi per raccontare la mia esperienza con sincerità. Credo che sia questo l’aspetto che apprezza il mio pubblico. Nelle mie storie non manca mai qualcosa che abbia a che fare con il mio punto di vista personale – pensate a 66 Scenes From America ad esempio. Per me è fondamentale servirmi delle mie esperienze e dei miei interessi, invece che usare quelli degli altri. Il mio è stato un approccio davvero spontaneo, non scritto, che mi è sembrato molto naturale. Questa storia, nella sua interezza, era un’appendice della mia crescita personale, motivo per cui credo che vi sia dentro un elemento terapeutico. Quell’esperienza era diventata una crisi e io dovevo soltanto capirmi. In un certo senso quelle riprese rappresentavano delle informazioni immediatamente a mia disposizione, e lo stesso sarebbe valso anche per altri. Avevo avuto un contatto ravvicinato con il lato più sperimentale della scena artistica e, sento di essermici gettato dentro a capofitto con questa opera, sperimentando nuovi modi di esprimermi e trasformando il materiale a mia disposizione in qualcosa di più.

Il film si conclude con l’inquadratura di un’installazione artistica nella giungla del Laos. Come le è venuta questa idea?
Mio figlio aveva tirato fuori un articolo che avevo scritto tempo prima, in cui descrivevo la giungla come un “caos organizzato”. Ho sempre avvertito il desiderio di farmi strada nella giungla perché la sua è un’immagine davvero forte. Si tratta di un angolo di natura incontrollabile. Volevamo includerla per avere qualcosa di simbolico. In un certo senso c’è un legame tra l’osservare da vicino un pezzo di giungla e fare i conti con il trauma causato dal terremoto. La giungla possiede un’energia potente, incontrollabile, ma inquadrarne solo una parte è frutto di un’azione molto consapevole, volta a cercare di controllare e definire cosa essa sia. Quella cornice rossa che abbiamo usato per inquadrarla è una metafora di un approccio artistico nei confronti della vita. Diventa così concreto e tangibile.

In un’opera così personale, come ha deciso quando mettere la parola fine?
C’è un articolo in cui affermo che il finale è qualcosa che si desidera sempre migliorare. Si vuole creare la conclusione, non una conclusione. È parte del gioco e il trucco è non prenderla troppo sul serio – metti la parola fine e basta. Avrei potuto procedere a oltranza, come una sinfonia, e avrei potuto fermarmi un po’ prima. Ero quasi sommerso dal materiale, materiale che in sé era come una giungla. Era troppo e sentivo sempre di aver tralasciato qualcosa di rilevante. È stato un bene che io abbia affidato il montaggio a qualcun altro e che, per la maggior parte del tempo, non sia stato presente in sala.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

(Tradotto dall'inglese da Emanuele Tranchetti)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Leggi anche

Privacy Policy