email print share on Facebook share on Twitter share on reddit pin on Pinterest

BERLINALE 2018 Concorso

Adina Pintilie • Regista di Touch Me Not

"Spero che il film possa aprire un dialogo e favorire empatia, inclusione e libertà di espressione"

di 

- BERLINO 2018: La regista rumena Adina Pintilie parla delle sfide per realizzare il suo primo film, Touch Me Not

Adina Pintilie  • Regista di Touch Me Not
(© Richard Hübner/Berlinale)

Regista con una lunga storia nel cinema sperimentale, quest'anno Adina Pintilie è diventata la prima regista rumena a essere stata selezionata nel concorso della Berlinale. Ecco cosa ha da dire sul suo primo lungometraggio, Touch Me Not [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Adina Pintilie
scheda film
]
, un'indagine stimolante e significativa sull'intimità. 

Cineuropa: Touch Me Not è cambiato molto nel corso degli anni. Può spiegarci come alla fine ha preso la forma che ha ora?
Adina Pintilie: Fin dall'inizio, il film è partito come un'esplorazione personale. Quando avevo 20 anni, pensavo di sapere tutto sull'amore, su come dovrebbe essere una relazione sana e intima, su come funziona il desiderio e così via. Oggi, dopo 20 anni di prove e tribolazioni, tutte le mie opinioni sull'intimità, che erano così chiare, sembrano aver perso la loro definizione e sono diventate più complesse e incredibilmente contraddittorie. 

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Touch Me Not nasce come un riflesso di questo viaggio soggettivo, guidato dalla mia curiosità di scoprire come le altre persone sperimentano questo aspetto stimolante della loro vita. Nato da un processo di ricerca a lungo termine, il film è realizzato con un mix di realtà e finzione, di cast professionale e non professionale, utilizzando una fusione di elementi scritti e reali. Un meraviglioso gruppo di personaggi dotati e coraggiosi si è avventurato insieme a me in questa ricerca, ponendosi nell'area ibrida tra le loro biografie vere e quelle romanzate. Abbiamo usato procedure come la costellazione familiare, la messa in scena della realtà, la (ri)costruzione di ricordi o sogni, incontri tra personaggi reali e immaginari, videodiari, ecc. La forma del film è cambiata organicamente in questo complesso processo di auto-esplorazione che i personaggi hanno scelto di intraprendere insieme a me, correndone tutti i rischi. 

C'è qualcosa che vorrebbe dire al pubblico prima di guardare il film? Magari una chiave particolare per interpretarlo?
Forse non è qualcosa che vorrei dire agli spettatori prima che guardino il film, ma qualcosa che spero davvero li accompagnino dopo la proiezione: spero che lo vivano con un cuore aperto. Spero che il film possa creare uno spazio di (auto)riflessione e trasformazione in cui lo spettatore possa sentirsi sfidato a rivalutare la sua esperienza e le sue idee sulle relazioni intime umane. Spero che il film possa aprire un dialogo e favorire l'empatia, l'inclusione e la libertà di espressione. Spero di stimolare la curiosità del pubblico verso l'Altro, verso chiunque possa essere diverso, e la nostra capacità empatica di metterci dentro la pelle dell'Altro.

Cosa l’ha convinta a diventare un personaggio e quali erano le sue principali riserve prima di farlo?
Nel film, io e la macchina da presa siamo principalmente testimoni silenziosi delle esperienze dei personaggi, essendo l'obiettivo il canale o il ponte di comunicazione che offre allo spettatore l'accesso ad alcuni dei territori più intimi nella vita di queste persone. La mia presenza porta anche la spinta emotiva iniziale, che mette in moto il processo di ricerca, stabilendo una cornice di lettura per il film. Ma il focus non è sulla regista, bensì su questi incredibili esseri umani che mi hanno aiutato a riscoprire o reimparare l'intimità. Nel film, sono più simile a un bambino che sta scoprendo il mondo con curiosità e meraviglia: scoprendo quanto possano essere sorprendenti e belli gli esseri umani, quanta poesia possa esistere in una persona come Laura, Tomas, Christian, Grit e gli altri. Sono profondamente grata ai nostri personaggi incredibilmente coraggiosi, che hanno corso enormi rischi nel condividere con noi, con la videocamera, alcune delle loro aree più vulnerabili.

Sta lavorando a un nuovo progetto di lungometraggio? Potrebbe descriverlo in poche parole?
Al momento stiamo lavorando a due nuovi lungometraggi, entrambi i quali portano avanti la ricerca sull'intimità che abbiamo cominciato con Touch Me Not e più in profondità. Quello che farò dopo, con il titolo provvisorio The Death and the Maiden, è una dettagliata radiografia di una relazione seguita durante un lungo periodo, con i suoi alti e bassi, con particolare attenzione a come il tempo e la soggettività della memoria informino la nostra esperienza intima.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

(Tradotto dall'inglese)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Leggi anche

Privacy Policy