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Nicolas Silhol • Regista

"Il tema del film spaventava"

di 

- KARLOVY VARY 2017: Incontro con il cineasta francese Nicolas Silhol per parlare del suo primo lungometraggio, Corporate, in concorso a Karlovy Vary

Nicolas Silhol • Regista

Diplomato alla Fémis, Nicolas Silhol è stato apprezzato per i suoi  cortometraggi Tous les enfants s'appellent Dominique (pre-selezionato agli Oscar 2010 e Grand Prix a Toronto) e L'amour propre (proiezione speciale della Semaine de la Critique cannense 2010 e in competizione a Clermont-Ferrand nel 2011). Il suo primo lungometraggio, Corporate [+leggi anche:
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intervista: Nicolas Silhol
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, uscito ad aprile nelle sale francesi con un bel successo di pubblico e critica, è in concorso al52° Festival di Karlovy Vary (dal 30 giugno all’8 luglio 2017).

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Cineuropa: Come è nata l’idea di Corporate?
Nicolas Silhol: Il punto di partenza è stato quando abbiamo scoperto nel 2009-2010 la scia di suicidi in France Télécom. Col mio co-sceneggiatore Nicolas Fleureau abbiamo cominciato a lavorare su questa questione. Abbiamo scoperto il management del terrore e ciò che ci ha scioccati era l’atteggiamento del dirigente dell’epoca che parlava di "questa moda del suicidio" cui bisognava porre fine. Ci interessava la questione della responsabilità perché c’era una sorta di banalizzazione della sofferenza sul lavoro, anche nelle sue conseguenze più drammatiche, come se fosse colpa del sistema: si era in guerra economica, c’erano delle vittime ed era così. Una sorta di conteggio macabro si era istituito presso France Télécom, riportato più o meno dai media, e si era arrivati a 30, poi 40, poi 50 suicidi che venivano presentati un po’ come una fatalità. La questione che ci siamo posti è che dietro a questi sistemi di gestione, ci sono persone che li mettono a punto e altre che li mettono in pratica nel quotidiano. 

La trama comincia proprio da un suicidio. Come ha lavorato sulla struttura narrativa?
Ci interessava la maniera in cui il personaggio principale affronta le conseguenze di questo evento scatenatore. E’ il punto di partenza del suo percorso di trasformazione. Dopo una verità che le sfugge, mentre è con le spalle al muro e sconvolta all’inizio del film, c’è dapprima un ripiegamento nella negazione, il tabù e la legge del silenzio, per poi arrivare alla realtà: riconoscere le cose come stanno.

Il personaggio principale è quindi relativamente ambiguo, impigliato in un sistema da cui è difficile uscire quando se ne trae "profitto".
Assolutamente. Anche lei incarna il sistema. Quello che mi sembrava essenziale, nel suo dilemma, è che per ribellarsi al sistema, deve ribellarsi a se stessa. In un certo senso, deve elaborare il lutto della donna che era.

Come ha lavorato sulla suspense del racconto e sull’aspetto visivo?
La figura del cinema che mi piace di più è quella del campo/controcampo, e non è un caso che abbia scelto un film che si svolge essenzialmente su scene di confronto e di dialogo. Da un punto di vista narrativo e drammatico, abbiamo cercato di essere in una situazione di gestione di crisi: c’è un’urgenza e un ritmo che fanno sì che i personaggi, in particolare quello di Emilie, sono sempre in movimento. C’è anche quella figura di stile che si trova in alcune serie americane, il "walk and talk". La sfida era quella di trarre profitto dalla scenografia dell’azienda, degli open space, dei corridoi, delle pareti vetrate, dal gioco dei punti di vista e degli sguardi, dallo sganciamento tra suono e immagine. Uno dei propositi della messa in scena era anche quello di giocare sul rapporto interno/esterno. Tutto ciò che è all’interno, nel mondo dell’impresa, è sezionato, con inquadrature taglienti, che isolano i personaggi e creano linee di tensione, mentre all’esterno è uno stile molto più ancorato alla realtà, molto meno dettagliato, più camera in spalla e piani sequenza.

E’ stato facile finanziare questo film?
E’ stato piuttosto complicato perché ci siamo resi conto che era un tema sensibile, persino tabù, e che certi partner non avevano voglia di associarvisi perché non sapevano bene cosa il film avrebbe detto. E’ stato così per i canali TV che sono stati freddi e le aziende presso cui volevamo girare. Abbiamo cercato a lungo con il sostegno della regione Rhône-Alpes e nessuna ha accettato, il che ci ha costretti a noleggiare una scenografia e riempirla. Il tema del film spaventava. Abbiamo avuto pochi partner, ma che sono stati un vero sostegno. E’ un film che tratta un tema sociale e che cerca di farlo nel modo più preciso e rigoroso possibile. E l’uscita francese con l’ottimo passaparola e i tanti dibattiti ci ha mostrato quanto fosse importante per molta gente parlare di questo argomento.

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(Tradotto dal francese)

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